La grande distribuzione organizzata valuta il blocco delle aperture domenicali come strategia per contenere i costi operativi a fronte di una domanda interna stagnante. Il comparto alimentare affronta una fase di incertezza economica che spinge i vertici delle principali insegne a riconsiderare i modelli di servizio per preservare la marginalità. Questa inversione di tendenza riflette le difficoltà delle famiglie italiane nel mantenere i precedenti livelli di spesa in un contesto di inflazione residua e incertezza reddituale.

La crisi della redditività nel settore retail
Il panorama del commercio al dettaglio in Italia registra una pressione senza precedenti sui margini di profitto. Secondo le analisi fornite da Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop, le previsioni per l’anno in corso indicano consumi delle famiglie freddi e una scarsa propensione all’acquisto di beni non primari. La necessità di tagliare i costi di gestione nei supermercati diventa quindi una priorità assoluta per evitare il dissesto finanziario delle reti di vendita.
Il costo del lavoro e le spese energetiche legate al mantenimento dei punti vendita attivi sette giorni su sette pesano in modo determinante sui bilanci. La proposta di chiudere i supermercati la domenica nasce dall’esigenza di razionalizzare le risorse, concentrando i flussi di acquisto nei giorni feriali e nel sabato, riducendo sensibilmente le spese per gli straordinari e le utenze elettriche durante i festivi.
Impatto della stagnazione economica sui carrelli
I dati Istat relativi alla fiducia dei consumatori confermano un atteggiamento prudente che si ripercuote direttamente sulla grande distribuzione organizzata. Nonostante una lieve flessione dell’inflazione, il potere d’acquisto non ha recuperato i livelli pre-crisi, portando i cittadini a una selezione più rigorosa dei prodotti. Le dinamiche di mercato mostrano uno spostamento verso i discount e i prodotti a marchio del distributore, a scapito dei grandi brand industriali.
“Nel 2026 i consumi resteranno al palo, con una crescita dello 0,5% che di fatto si traduce in una stagnazione operativa per chi gestisce ampie superfici di vendita”, riferisce il Sole 24 Ore citando fonti di settore.
Il calo dei volumi di vendita costringe le aziende a rivedere non solo i prezzi, ma l’intera struttura logistica. Il modello di business del retail alimentare fondato sull’accessibilità h24 e 7/7 sembra non essere più sostenibile se non supportato da una crescita reale dei salari e della capacità di spesa della popolazione.

Scenario occupazionale e logistico
La riduzione dei giorni di apertura solleva interrogativi rilevanti sul fronte occupazionale. Se da un lato la chiusura domenicale permette un risparmio immediato, dall’altro impone una rinegoziazione dei contratti collettivi e dei turni di lavoro. Le associazioni di categoria sottolineano che la gestione del personale nella GDO deve evolvere verso una maggiore efficienza produttiva, puntando sulla digitalizzazione e sull’automazione per compensare la contrazione degli orari di apertura.
Sotto il profilo logistico, la chiusura festiva permette una migliore organizzazione della catena di approvvigionamento. Meno giorni di vendita significano rotazioni di magazzino più programmate e una riduzione degli sprechi alimentari, specialmente per quanto riguarda i prodotti freschi e freschissimi. Questo approccio si inserisce in una visione di sostenibilità economica del settore alimentare che privilegia la tenuta dei conti rispetto all’espansione aggressiva dei servizi al cliente.
Prospettive per il mercato dei consumi
Le proiezioni per i prossimi trimestri non lasciano spazio a facili ottimismi. La combinazione di tassi di interesse ancora elevati e l’esaurimento dei risparmi accumulati durante il periodo pandemico rende il mercato domestico estremamente fragile. Gli operatori della distribuzione attendono segnali dalle politiche governative in merito al taglio del cuneo fiscale, sperando in una scossa che possa rianimare la domanda interna in Italia.
In assenza di interventi strutturali, il settore potrebbe assistere a una fase di consolidamento con ulteriori fusioni tra catene minori o l’abbandono definitivo di alcune aree geografiche meno profittevoli. La decisione di fermare le attività domenicali rappresenta dunque il primo segnale di una ritirata strategica volta a proteggere l’integrità del sistema distributivo nazionale.
FAQ
Quali sono le ragioni principali della chiusura domenicale? La motivazione risiede nella necessità di abbattere i costi fissi, come energia e personale, a fronte di vendite che non giustificano più l’apertura continuativa. Con consumi stagnanti, concentrare gli acquisti in sei giorni permette di ottimizzare i margini e ridurre le perdite operative legate ai turni festivi.
Cosa prevedono gli esperti per i consumi delle famiglie nel 2026? Le stime indicano una fase di estrema prudenza. Gli analisti di settore prevedono che la spesa delle famiglie rimarrà piatta o in lievissima crescita, insufficiente a sostenere l’attuale modello di espansione della grande distribuzione. Il clima di incertezza economica frena gli acquisti di impulso e i volumi.
Quale sarà l’impatto sui lavoratori della grande distribuzione? La chiusura domenicale comporterebbe una revisione dei turni e una potenziale riduzione delle indennità per il lavoro festivo. Tuttavia, potrebbe migliorare la qualità della vita dei dipendenti, riducendo lo stress lavorativo. Le aziende mirano a ricollocare le ore di lavoro nei picchi di affluenza infrasettimanale per massimizzare la produttività.
Come cambieranno i prezzi per i consumatori finali? Sebbene la chiusura domenicale miri a salvare i bilanci aziendali, non è garantito un calo dei prezzi. L’obiettivo primario è evitare ulteriori rincari causati dai costi energetici e logistici. La stabilità dei listini dipenderà dalla capacità della distribuzione di assorbire i costi senza trasferirli interamente sui carrelli della spesa.
Giornalista e analista, scrive di economia italiana, innovazione e imprese. Appassionato di tecnologia e finanza, racconta il presente e il futuro delle aziende che fanno muovere il Paese.



