Dal primo gennaio 2026 benzina e diesel avranno finalmente accise allineate. Una riforma attesa da anni, che il Governo ha deciso di accelerare chiudendo in anticipo un percorso che inizialmente doveva durare cinque anni.
Ma per chi usa l’auto ogni giorno – pendolari, lavoratori turnisti, professionisti su strada – la domanda resta una sola: cosa cambia davvero nel portafoglio?

Cosa sono le accise e perché pesano così tanto
Le accise sono imposte indirette applicate su ogni litro di carburante venduto. A differenza dell’IVA, non dipendono dal prezzo del petrolio: sono fisse, e proprio per questo garantiscono allo Stato un gettito stabile e prevedibile.
Nel tempo sono diventate una delle principali fonti fiscali legate alla mobilità, tanto che oggi rappresentano una fetta enorme del prezzo finale alla pompa.
In media, su un litro di carburante:
- oltre 60% del prezzo è fatto di tasse (accise + IVA),
- la materia prima incide molto meno di quanto si pensi.
L’allineamento benzina–diesel: cosa significa in concreto
Con la riforma, le accise su benzina e diesel vengono portate allo stesso livello. Storicamente il diesel ha goduto di una tassazione più bassa, soprattutto per favorire trasporti e lavoro su strada.
Ora però la linea cambia: l’obiettivo dichiarato è razionalizzare il sistema fiscale e renderlo più coerente con le politiche ambientali.
Per i pendolari questo si traduce in due effetti principali:
- Diesel leggermente più caro rispetto al passato.
- Benzina sostanzialmente stabile, senza tagli significativi.
In altre parole: niente rivoluzioni positive per chi sperava in un forte sconto, ma un riequilibrio che pesa soprattutto su chi ha scelto il diesel per risparmiare negli anni.
Quanto incide sul budget mensile di chi lavora in auto
Facciamo un esempio pratico.
Un lavoratore che percorre circa 1.200 km al mese:
- con un’auto diesel media consuma circa 70–80 litri;
- anche un aumento di 3–4 centesimi al litro significa 2–3 euro in più al mese,
- che diventano 30–40 euro l’anno.
Non cifre devastanti, ma nemmeno trascurabili per chi già affronta rincari su affitti, bollette e spesa.
Perché le accise non vengono mai davvero eliminate
Ogni campagna elettorale ripropone la promessa: “Taglieremo le accise”.
La realtà è più semplice (e meno popolare):
le accise sui carburanti valgono miliardi di euro l’anno per lo Stato.
Toglierle significherebbe trovare coperture enormi altrove, con nuove tasse o tagli ai servizi.
Per questo, più che di abolizione, oggi si parla di:
- riordino,
- armonizzazione,
- spostamento del peso fiscale,
ma raramente di vera riduzione.
Cosa possono fare davvero i pendolari
In attesa di cambiamenti strutturali, chi usa l’auto ogni giorno può solo puntare su strategie difensive:
- scegliere distributori low cost e app di confronto prezzi;
- valutare car pooling o smart working parziale;
- pianificare i rifornimenti nei giorni con prezzi medi più bassi;
- nel lungo periodo, considerare ibrido o elettrico se compatibile con le proprie tratte.
Non risolve il problema delle accise, ma aiuta a limitare l’impatto reale sul bilancio familiare.
In sintesi
La riforma delle accise non è la svolta che molti speravano.
Per chi usa l’auto ogni giorno non porta grandi benefici, ma segna un passaggio chiave: lo Stato conferma che il carburante resta una leva fiscale centrale, non solo una voce di consumo.
E finché sarà così, le accise continueranno a essere una presenza fissa – e pesante – nella vita di milioni di lavoratori su strada.
Giornalista e analista, scrive di economia italiana, innovazione e imprese. Appassionato di tecnologia e finanza, racconta il presente e il futuro delle aziende che fanno muovere il Paese.



