Spotify ha disattivato una serie di account utente utilizzati per scaricare in modo sistematico gran parte del suo catalogo musicale. L’intervento è arrivato dopo la pubblicazione online di un archivio con decine di milioni di brani attribuito al collettivo Anna’s Archive. Il caso riporta al centro il tema della tutela del copyright sulle piattaforme di streaming.

Contesto della notizia
La piattaforma di streaming Spotify ha confermato la chiusura di account ritenuti responsabili di attività di “stream ripping” su larga scala. L’azione è seguita alla diffusione pubblica di un database che conterrebbe fino a 86 milioni di tracce provenienti dal servizio.
La pubblicazione è stata rivendicata da Anna’s Archive, un collettivo che si presenta come una biblioteca universale dedicata alla conservazione della conoscenza digitale, inclusi ora i contenuti musicali. L’archivio è stato reso disponibile senza alcuna comunicazione preventiva a Spotify.
Dettagli principali, dati e dichiarazioni
Spotify ha escluso qualsiasi violazione dei propri sistemi interni. Secondo un portavoce, l’operazione non sarebbe il risultato di un attacco informatico, ma di un utilizzo prolungato di account creati tramite terze parti, in violazione delle condizioni d’uso della piattaforma.
Il metodo indicato è quello dello streaming ripping, effettuato nel corso di diversi mesi e definito dall’azienda come “scraping illegale”. Spotify afferma di aver individuato e disabilitato tutti gli account coinvolti e di aver rafforzato le misure di sicurezza per monitorare comportamenti anomali legati al copyright.
Dal canto suo, Anna’s Archive ha rivendicato la piena responsabilità dell’operazione. In un post sul proprio blog, il collettivo ha dichiarato di non fare distinzioni tra i diversi tipi di media e di aver individuato un sistema per acquisire dati musicali su scala industriale, con l’obiettivo dichiarato di creare un archivio orientato alla conservazione.
Impatto sul settore e sugli utenti
Le dimensioni dell’archivio pubblicato sono rilevanti. Secondo quanto dichiarato dal collettivo, il file principale occuperebbe circa 300 terabyte e includerebbe 86 milioni di file audio, pari al 99,6% dei contenuti disponibili su Spotify. A questo si aggiunge un database di metadati che copre 256 milioni di tracce caricate tra il 2007 e luglio 2025, oltre a un set separato con i 10.000 brani più popolari.
Anna’s Archive ha diffuso anche alcune statistiche interne allo streaming. I dati indicano che brani come “Birds of a Feather” di Billie Eilish, “Die with a Smile” di Lady Gaga e “DtMF” di Bad Bunny avrebbero generato più ascolti complessivi rispetto a milioni di tracce meno popolari sommate insieme. Un quadro che evidenzia la forte concentrazione dell’ascolto su un numero limitato di titoli.

Scenario attuale e sviluppi recenti
Anna’s Archive non è nuova a controversie legate al diritto d’autore. Il sito risulta bloccato in diversi Paesi e viene considerato un erede di Z-Library, chiusa nel 2022 dopo un intervento del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. All’epoca, Z-Library dichiarava di ospitare oltre 11 milioni di ebook.
Negli anni successivi, Anna’s Archive ha aggregato archivi provenienti da realtà come Internet Archive, Library Genesis e Sci-Hub. A dicembre, il collettivo ha affermato di ospitare 61 milioni di libri e 95 milioni di articoli scientifici.
Spotify ribadisce di sostenere la comunità degli artisti nella tutela delle opere e di considerare prioritaria la protezione dei diritti d’autore. Il caso evidenzia le tensioni persistenti tra piattaforme di streaming, archivi non ufficiali e modelli alternativi di conservazione dei contenuti digitali.
Giornalista e analista, scrive di economia italiana, innovazione e imprese. Appassionato di tecnologia e finanza, racconta il presente e il futuro delle aziende che fanno muovere il Paese.



